Il decreto sul femminicidio è diventato legge: è nata la ‘cosa’. Con l’approvazione del testo alla Camera, erano state apportate  modifiche che accoglievano parzialmente alcune delle richieste avanzate dai centri antiviolenza contenute anche nella Convenzione di Istanbul.

Resta inalterato invece l’impianto emergenziale con le  misure di carattere penale che si andranno ad aggiungere alle altre già esistenti e già non applicate. La legge contiene ancora una definizione del tutto inadeguata della violenza di genere:  la definizione “uno o più atti, gravi ovvero non episodici” rischia di creare confusione in luoghi come tribunali e forze dell’ordine dove spesso, si confonde la violenza con il conflitto. Già si tradisce la Convenzione di Istanbul che definisce la violenza di genere in maniera più ampia, come “qualunque atto di violenza fondato sul genere che causi sofferenza di natura fisica, sessuale, economica, compresa la minaccia di tali atti”

Nonostante il maquillage apportato con  alcuni emendamenti, questa legge non è apprezzabile. La misura penale e le sue logiche emergenziali e securitarie vedono la donna come un soggetto debole incapace di tutelarsi. La sua volontà scavalcata, è vero che l’irrevocabilità della querela è stata modificata con revocabilità in sede processuale, ma resta  l’ammonimento che è previsto anche per reati perseguibili a querela di parte. Il rischio è che le vittime siano esposte ad ulteriori violenze. La legge non prende in considerazione tutti gli strumenti di ordine civilistico e preventivo (ordine di allontanamento, provvedimenti di affidamento dei figli, separazione, divorzio) che sono quelli maggiormente privilegiati dalla donne e quando sono attuati grazie a giudici attenti, danno risposte veloci e adeguate.

Quanto alle misure di arresto verrebbe da commentare tanto rumore per dare alle donne il nulla. Nella legge non esiste nessuna misura di sicurezza realmente immediata e che sia a lungo termine. Perché? I provvedimenti cautelari non hanno una durata precisa e dipendono dalla discrezionalità del giudice. I governi che si sono affaccendati obtorto collo, sul problema del femminicidio anche per le pressioni del movimento delle donne hanno sempre ignorato le  risorse, i saperi e le pratiche nate dal pensiero femminista e dal lavoro dei centri antiviolenza: laboratori sociali dove sono stati realizzati progetti a sostegno delle donne e analisi che hanno prodotto  strategie per sostenere l’autodeterminazione delle donne.

Il governo deve ancora dimostrare di voler affrontare con azioni efficaci il problema della violenza di genere. Continuiamo a fare sentire la nostra voce.

Firmiamo l’appello Non in mio nome 

Twitter @nadiesdaa

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